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Gusto meridiano

Il cibo è soltanto un prodotto di consumo? Ci sediamo attorno ad una tavola soltanto per nutrirci e sopravvivere? Perché scegliamo di mangiare qualcosa piuttosto che un’altra? Come si può intuire la questione è estremamente complessa: in soli tre, comuni, interrogativi vi entrano argomenti che sembrano aver nulla a che fare con il cibo in sé. Vi è, dunque, un’economia del cibo; vi è la sua funzione conviviale oltre che nutritiva; vi è la questione del gusto. E si potrebbe continuare con gli aspetti che riguardano la chimica, la biologia, la geografia, la storia, tutti a determinare, in un verso o in un altro, ciò che genericamente chiamiamo cibo. Lo sapevano bene i Greci antichi («sapevano già tutto» secondo Wilde), come quando Pitagora, nel tempio di Demetra a Metaponto, nelle lezioni che teneva di notte e che radunavano fino a seicento uditori, tra le altre cose consigliava cosa fosse sano e giusto mangiare, invitando a non spezzare il pane «perché intorno ad un solo pane, un tempo, si riunivano gli amici». E Aminta di Heraclea, l’attuale Policoro, studente con il sommo Platone ad Atene, ricordava, insieme ad altri, come il maestro avesse cura della propria salute seguendo una dieta composta da olive (di cui era ghiottissimo, tanto da essere rappresentato più volte, dai suoi denigratori, in opere satiriche, nell’atto di mangiarle) fichi freschi o secchi, miele e qualche formaggio, che comunque raccomandava di non consumare la sera perché «fermentano nello stomaco durante la notte». La dieta mediterranea è forse nata allora?

Quanta storia, quante storie intorno al cibo, intorno a ciò che crediamo solo cibo. Come quelle che proponiamo e raccontiamo con il progetto CibusGaiae: ci sono i prodotti, ancora quelli, millenari: il miele, l’olio, il grano, il vino («non piantare alcun albero, prima della sacra vite» ricordava Orazio a Varo), quando i Latini presero il posto dei Greci e l’Ellenicum divenne Eleanum e poi Aglianico e la pesca e l’albicocca arrivarono dall’Oriente fin sulla costa Ionica. Ci sono le terre ed i luoghi, trasformati dal tempo e migliorati dall’uomo, ma sempre rigogliosi e fertili nella loro diversità: dalle campagne dorate del materano e della costa che affaccia sullo Ionio, ai boschi e alle colline del Vulture e della Val d’Agri, alla natura ridondante delle montagne del Pollino e lungo i fiumi del Bradano e del Sinni (dove furono i feudatari spagnoli, nel XVI sec., a impiantare i peperoni, di ritorno dalle Americhe). E ci sono le persone, le famiglie, le generazioni: di coltivatori, di allevatori, di produttori, di segreti tramandati e rinnovati, di fatica e orgoglio, di pazienza e passione… e stupore. Tutto questo è CibusGaiae, proprio come tremila anni fa: viaggeremo, scopriremo, sentiremo.


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